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Intervista ad Isaac Julien: il lato oscuro della musica black

Intervista ad Isaac Julien: il lato oscuro della musica black
(a cura di Radio Onda Rossa 87.9 FM)

Roma, 17 giugno 2006 – Nel 1994 il regista Isaac Julien ha realizzato in Giamaica un documentario intitolato The darker side of black, in cui analizza il lato più oscuro della musica nera: machismo e sessismo, omofobia e gun culture nel rap e nel reggae. Perché hai deciso di girare questo documentario?

«Volevo fare un documentario sulla musica reggae e rap. L’ho intitolato The darker side of black perché mi interessava particolarmente scoprire cosa c’era dietro il sensazionalismo provocato dall’incitamento all’omicidio nella canzone Boom Bye Bye di Buju Banton. E volevo conoscere quei gruppi che all’epoca – parliamo della metà degli anni ’90 – stavano cercando di sollevare un dibattito sulla vicenda. La controversia sulla canzone di Buju Banton si concentrava fondamentalmente sull’aspetto più problematico: l’incitazione a sparare agli omosessuali rappresentava una svolta radicale nella musica reggae, che fino ad allora – per usare le parole di Bob Marley – era stata una musica di riscatto e di liberazione, caratterizzata dalla positività e dall’attenzione ai problemi sociali. Il cambiamento introdotto da Buju Banton nella musica reggae rifletteva un cambiamento nella società giamaicana, nella direzione di una cultura omofobica. Il documentario mostra che sono molteplici le motivazioni per spiegare questo fenomeno: ha a che fare con la storia coloniale della Giamaica, ha a che fare con il fondamentalismo religioso che sta crescendo in Giamaica, è connesso anche al problema della violenza e dell’intolleranza sperimentata da molta gente in Giamaica, specialmente di classe operaia. Inoltre c’era la questione della violazione dei diritti umani di gay e lesbiche. E io credo che il problema centrale per quanto riguarda l’omosessualità sia la posizione dell’essere illegali: in Giamaica se sei omosessuale sei un fuorilegge. Se si tiene conto di questo si capisce che certe istigazioni alla violenza nella musica non sono così “strane” nel contesto della società giamaicana, in cui l’omosessualità è illegale perché è contraria ai precetti biblici. Per questo penso che fare una campagna contro Buju Banton non sia sufficiente per andare al cuore del problema: e cioè che l’omosessualità è vietata dalla legge e che c’è in atto una violazione dei diritti umani: la musica è solo la punta dell’iceberg…»

Su questo siamo assolutamente d’accordo. Ma non credi che ci sia una contraddizione nel fatto che la filosofia rasta, che storicamente per il popolo giamaicano ha rappresentato una strategia di resistenza contro la schiavitù e la dominazione coloniale dei bianchi contro i neri, diventi oggi – tramite l’omofobia – uno strumento di oppressione dei neri contro i neri? Voglio dire che la nostra campagna non è finalizzata solo a contestare Buju Banton, ma ad analizzare l’omofobia nella musica, come un problema sociale e culturale complesso.

«Sì, c’è stato un periodo coloniale in cui la musica reggae ha agito come uno strumento di riscatto, ma credo che i tempi siano cambiati: ora viviamo in un’economia del mercato globale e la violenza è una parte della mercificazione della musica pop e del linguaggio popolare, perciò c’è stata una sorta di tensione alla violenza da parte dell’economia di mercato sulla musica black: l’omofobia non c’è solo nel reggae ma anche nell’hip hop. Dunque fare una campagna sulla musica, sul piano delle liriche, è sicuramente una questione  che bisogna sollevare. Ma la questione dell’intolleranza che emerge dalla musica porta con sé una serie di problemi etici, ad esempio la questione dell’interdizione delle voci della gente di colore… Quindi quello che bisogna fare è aprire un dibattito, e il dibattito deve tenere conto delle idee e dei diversi modi di pensare da cui scaturisce la musica. Succede sempre lo stesso: se Buju Banton verrà ad esibirsi in Italia, non canterà i brani omofobici. Ma in Giamaica lo farà, perché sa di trovare un consenso. Ovviamente solo una risposta a livello globale può limitare il suo successo sul mercato. E questo credo che sia un fatto positivo: che nel mercato globale ci sia qualcosa che non possa essere tollerato. Un’altra cosa è il problema della violenza: in Giamaica infatti le persone che fanno campagne contro l’omofobia vengono uccise tutti i giorni. Il leader del movimento gay giamaicano è stato ucciso e non c’è mai stato un vero processo. Quindi è importante sollevare l’attenzione su questo aspetto del problema. Buju Banton ha ottenuto un successo internazionale con quella canzone, e in questo c’è qualcosa di sbagliato, ed è giusto che vengano fatte delle campagne contro di lui, e in qualche modo lui sta già pagando delle conseguenze per questo… Ma la cosa più importante per la gente in Giamaica è che l’omosessualità diventi legale: porre fine alla criminalizzazione dell’omosessualità, questo credo che sia il problema fondamentale».

Certo, infatti la nostra campagna non si basa solo sul boicottaggio ma anche sulla necessità di aprire un dibattito e di dare visibilità e supporto a chi si batte per cambiare la situazione in Giamaica… oltre alla scelta di proporre un reggae diverso…

«Sì è proprio così, bisogna agire su entrambi i piani, penso che state facendo la cosa giusta. Il problema con Buju Banton è che si tratta di uno degli artisti reggae più acclamati a livello mondiale, e dunque ha anche una certa responsabilità: non è solo una persona intollerante come un’altra… E quindi è giusto costringerlo a porsi il problema, ed è giusto pensare ad una piattaforma su come risolvere questo dilemma, come è successo quando è andato ad esibirsi a San Francisco e si è dovuto rendere conto che San Francisco non è la Giamaica, ed è tornato a casa…»

Ok, ma sappiamo che per il tuo documentario tu hai intervistato direttamente Buju Banton, Shabba Ranks e altri artisti: puoi dirci che tipo di risposte ti hanno dato, che tipo di giustificazioni davano alla violenza delle loro liriche?

«In realtà bisogna tenere conto che le persone che sono fondamentaliste non possono dare delle motivazioni, né riescono a mettere in discussione le loro posizioni. Qui si tratta di una religione, e le persone religiose non accettano il dibattito: è qualcosa di molto simile al cattolicesimo in Italia, che è profondamente radicato nella cultura. Lo stesso vale per le risposte che la Chiesa dà quando si parla dell’AIDS o della contraccezione: è qualcosa come un non-dibattito… Quindi se tu li metti davanti alla telecamera, ti accorgerai che l’unica cosa che sono in grado di fare è difendere la loro posizione. Naturalmente noi avevamo delle contro-argomentazioni. Ma soprattutto, era interessante vedere come cambiavano atteggiamento a seconda dei contesti e delle situazioni: ad esempio nel documentario si vede Shabba Ranks che si esibisce ad un festival black a Los Angeles, e quando afferma di vivere seguendo le leggi della Bibbia, la gente comincia a rumoreggiare, cosa che lo disturba molto. E invece in un contesto in cui c’erano gay e lesbiche, ovviamente molte persone lo hanno attaccato. Quindi in The darker side of black si può osservare un atteggiamento binario: c’erano delle reazioni opposte nel caso di un pubblico di bianchi o di neri, e questo dovrebbe farci riflettere… Il problema della violenza omofobica è un problema complesso in cui interagiscono la questione della razza, della schiavitù, del colonialismo: è piuttosto complicato perché ha a che fare con la storia politica dell’animismo e della religione all’interno della cultura giamaicana. È molto complicato e non credo che si possano trovare delle soluzioni univoche che vadano bene in qualsiasi parte del mondo. In Giamaica spesso la gente pensa che gay e lesbiche semplicemente non esistano… quindi in quel contesto quello che serve è una legge che riconosca l’omosessualità, così che la gente sappia che se commette certi atti di violenza poi dovrà pagarne le conseguenze. La legge è la prima cosa. Poi certo sarebbe interessante andare a vedere come verrebbe applicata, perché nel contesto di una cultura e di una religione fondamentaliste, tutto questo diventa più difficile. Ma il primo strumento per difendersi è sicuramente una legge che riconosca l’uguaglianza dei diritti per gli omosessuali. Questo è quello che abbiamo imparato girando il film: che quella per una legge è la battaglia fondamentale da portare avanti in Giamaica».

Visto che il documentario è stato girato nel 1994, credi che la musica reggae e la situazione in Giamaica siano cambiate in questi anni?

«Personalmente non credo che ci siano stati dei cambiamenti nel frattempo. L’unica cosa che oggi è diventata ovvia è che c’è una maggiore visibilità del movimento gay e lesbico in Giamaica. E la conseguenza di questa visibilità è che i leader del movimento sono stati ammazzati. E poi ci sono alcuni locali per gay e lesbiche a Kingston, anche se sono molto underground. Probabilmente qualcosa è cambiato rispetto agli anni ‘40 e ‘50, quando la gente era molto più intollerante. Io credo che la connessione coi gruppi di gay e lesbiche a livello internazionale sia una risorsa molto importante e potente per la lotta del movimento omosessuale in Giamaica. E inoltre la connessione con la questione dei diritti umani e con le Nazioni Unite sarebbe importante perché serve una campagna che sia orchestrata ad ogni livello. E qui torniamo alla questione delle campagne sulla musica, che sono davvero molto importanti, ma bisogna anche tenere presente che la musica è solo la punta dell’iceberg e che si tratta di un problema culturale. Tra l’altro ci sono anche delle canzoni incredibilmente popolari nella musica country-western, famose quanto quella di Buju Banton e che sono altrettanto violente; oppure c’è la salsa che è incredibilmente di destra, incredibilmente misogina e omofobica. E allora è importante parlarne e sollevare la questione, perché secondo me, anche se gay e lesbiche cominciano ad uscire allo scoperto, c’è sempre più violenza: sembra che ci sia un progressivo aumento della violenza mano a mano che gay e lesbiche fanno il loro coming out».