nonsoloreggae

Liberazione: IL REGGAE OMOFOBO NON LO VOGLIAMO

nonsoloreggae | 18 Maggio, 2007 15:07

Liberazione, 18/05/2007, pag. 3

Il reggae omofobo non lo vogliamo
Federico Raponi

Ogni società ha i propri errori, limiti, contraddizioni. La Giamaica ad esempio è uno dei tanti paesi in cui gay e lesbiche sono tuttora costretti alla clandestinità in quanto vittime di pestaggi e omicidi, come quello a novembre scorso di Steven Harvey, attivista omosessuale di un'organizzazione che si occupa di lotta all'Aids. Le espressioni culturali dell'isola caraibica, prima fra tutte la musica reggae che l'ha resa celebre, non sono esenti dal problema. Il reggae ha sempre avuto, nell'immaginario, nei testi, nei protagonisti e nella fruizione collettiva (dai concerti ai sound system) una forte valenza politica. Ha espresso la coscienza delle radici identitarie, una bandiera di fratellanza contro imperialismo, razzismo e proibizionismo delle droghe leggere. Si è diffuso e suddiviso in sottogeneri. In alcuni di questi, però, si ritrovano artisti che «fanno parte - dice il cantante Bunna del gruppo reggae torinese Africa Unite - di una corrente chiamata "Dance Hall", sviluppatasi negli ultimi anni, corrispettivo giamaicano dell'hip hop più violento». L'approccio di simili personaggi (sul sito www.soulrebels.org/dancehall/c_songs.htm nomi e strofe incriminati) è improntato al patriarcato, al machismo, al sessismo, all'omofobia e, a volte, sono ammantati pure di fondamentalismo biblico. Condannano forme di sessualità non riconducibili ai dettami delle sacre scritture. E non si limitano all'invettiva, ma anzi incitano all'uccisione con roghi, impiccagioni, armi da fuoco, decapitazioni. Da tempo perciò i concerti di questo tipo sono boicottati negli Stati Uniti e in Europa perlopiù grazie alle associazioni Glbt.
Le mobilitazioni stanno ottenendo risultati proprio a partire dalla Giamaica: a fine aprile infatti si è svolto un incontro tra Scotland Yard, Amnesty International e l'associazione dei gay Jflag in cui si è deciso l'istituzione di una hot line per l'assistenza a chi subisce aggressioni, una squadra di poliziotti per questo genere di reati, la partecipazione dei gruppi per i diritti umani all'addestramento degli agenti, direttive in tutte le stazioni di polizia per non assumere comportamenti discriminatori. Soprattutto è in corso una battaglia per cambiare la legge che penalizza i rapporti omosessuali (su www.reggae.it si può firmare la petizione da inviare al Primo ministro giamaicano).
In Italia, a Giugno del 2005 è nato il progetto Sos Jamaica, con la campagna "Non promuovere musica assassina", e il primo banco di prova è stato la scorsa estate quando a Roma si è esibito - in un concerto organizzato dall'Arci - Buju Banton, processato per un'aggressione di gruppo ai danni di omosessuali nonché autore di canzoni che inneggiano all'omicidio dei gay, e in quell'occasione ci fu, fuori, un volantinaggio di controinformazione. Ora finalmente il caso sta montando, è stato creato un sito (http://nonsoloreggae.noblogs.org, che raccoglie articoli, comunicati, adesioni e notizie), un manifesto lanciato da Radio Onda Rossa di Roma, e la campagna di boicottaggio coinvolge sempre più centri sociali, collettivi politici, associazioni culturali, sound system, organizzazioni Glbt, media indipendenti, partiti, ai quali si è unito adesso anche il Codacons, pronto a chiedere il sequestro dei concerti per istigazione e propaganda razzista. I promoter di alcuni degli artisti sotto accusa sono corsi ai ripari con dichiarazioni e accordi scritti, ma «sarebbe ipocrita - così chiude il comunicato della campagna - accogliere questi cantanti e le loro lettere in cui si impegnano a non proporre canzoni omofobiche in occasione dei concerti che terranno. Questa sarebbe censura e a noi non interessa». La sensibilizzazione ha avuto effetti in alcune grandi piazze: su richiesta del Torino Pride, l'associazione culturale Hiroshima Mon Amour ha rinunciato all'esibizione di Capleton e Beenie Man nel capoluogo piemontese. «Pensiamo che l'annullamento dei concerti - si spiega in un comunicato - abbia aperto una contraddizione con il mondo della musica reggae italiana e del pubblico dei concerti, che certamente non condivide messaggi di odio e intolleranza ma allo stesso tempo ama questi artisti, e che su questo sarà necessario discutere». Per i due, porte chiuse pure al Link e all'Estragon di Bologna: «un risultato molto significativo - recita il comunicato di varie associazioni Glbt - per una città che ha subìto, negli ultimi mesi stupri e violenze a carico di donne, lesbiche, gay e trans, il tutto mentre continua la grave campagna denigratoria a carico di ogni differenza portata avanti da chiesa e destre». A Firenze, il concerto di Capleton si è svolto ugualmente - nonostante le proteste di alcuni consiglieri comunali del Prc e Pdci - con l'accordo di evitare le canzoni sotto accusa. Anche le date romane del gruppo, oltre che di Elephant Man, sono state contestate. Il prossimo appuntamento è il 21 giugno nella capitale per l'esibizione di Sizzla, con la speranza che venga cancellata.

 
Accessible and Valid XHTML 1.0 Strict and CSS
Powered by Powered by LifeType LifeType, NoBlogs.org and A/I Collective.