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il manifesto: la rete contro i concerti omofobi verso il Pride

nonsoloreggae | 15 Giugno, 2007 07:24

il manifesto, 14 giugno 2007, pag. 3

No global verso il Pride. In formazione sparsa
I centri sociali con la tecno del Forte Prenestino e il reggae della rete
contro i concerti omofobici. In piazza anche i Cobas. Ma non tutto il popolo no
war si è mobilitato
Giacomo Russo Spena
Roma

Il movimento si appresta a invadere nuovamente Roma. A distanza di 7 giorni dal corteo «No Bush, No Prod» ora tocca a tutte quelle associazioni e gruppi nazionali e locali sensibili da sempre alle questioni relative alle discriminazioni sessuali e all'omofobia. «Parità, dignità, laicità», chiare ed inequivocabili le parole della piattaforma della parade, che ha deciso di far salire sul palco finale nessun politico ma solo deputati storicamente «amici» come Vladimir Luxuria, Titti De Simone, Franco Grillini e Giampaolo Silvestri. «Vogliamo evitare - spiegano gli organizzatori - qualsiasi strumentalizzazione da parte della politica e costruire una manifestazione aperta a tutti, che si pone l'obiettivo non solo di difendere la sovranità dello Stato, ma di aprire anche una stagione di riforme democratiche, civili e libertarie in Italia». Il corteo non a caso si concluderà a Piazza San Giovanni, luogo del Family day. «Chi reclama nuovi diritti e difende la laicità - sostiene il movimento lgbt - si riprenderà la piazza». Ma a partecipare alla parade ci sarà ovviamente anche la galassia dei centri sociali, anche se l'impressione è che, tranne alcuni, gli altri non investiranno più di tanto sulla mobilitazione. E così non tutto il popolo no-war dovrebbe essere in piazza. C'è stanchezza, questo il motivo ufficiale. Dopo il grande sforzo organizzativo per dare il «benvenuto» a George W. soprattutto i non romani hanno difficoltà a mettere in piedi la stessa protesta. «Con Trenitalia che rifiuta ogni trattativa sui biglietti riuscire ad arrivare nuovamente a Roma sarebbe un'impresa», spiegano. Soprattutto se hai la Digos sul collo, che è già pronta a «distribuire», non equamente perché la maggior parte andrà al nord-est, denunce per i blocchi delle stazioni di sabato scorso. Ma è solo un problema organizzativo o da sempre c'è una sottovalutazione dei centri sociali sulle tematiche dei diritti civili? Prova a rispondere Francesco Caruso, deputato-movimentista del Prc. Facendo un po' di autocritica ammette che «erroneamente il movimento no-global sottovaluta i diritti civili per concentrare la propria attenzione sulle questioni internazionali, sociali e ambientali». Perché? «Perché... purtroppo è così». E non aggiunge altro. A testimoniare comunque la partecipazione del popolo anti-Bush ci saranno due carri organizzati da realtà di movimento romane e, forse, un terzo gestito dalla rete No-Vat, in cui confluiranno i Cobas. «Allestendo il camion - ci spiega un occupante del Forte Prenestino di Roma - vogliamo far capire che il Roma pride non è una tematica sentita solo dalle associazioni gay». «Abbiamo deciso - continua - di fare uno sforzo organizzativo per questa mobilitazione». Il carro sarà a due piani e allestito con una «impostazione fumettistica». Musica rigorosamente tecno.
Rigorosamente reggae invece la musica che arriverà da quello organizzato dalla rete nazionale di boicottaggio dei concerti omofobici. Una realtà nata negli ultimi mesi che denuncia il linguaggio razzista e discriminatorio dei grandi cantanti giamaicani (da Sizzla a Capleton). E che vanta già la sospensione di qualche iniziativa. «Grazie a questa campagna - dice un'attivista della rete - siamo riusciti a far affrontare maggiormente nei centri sociali la tematica dell'omofobia».
Anche il leader dei Cobas Piero Bernocchi promette una grossa partecipazione della sua organizzazione: «Abbiamo puntato sulla manifestazione di sabato perché sta nascendo un nuovo movimento che contrasta le ingerenze del Vaticano, difendendo la laicità». Ma si sbilancia anche oltre. «Nemmeno nel '68 e nel '77 c'era una critica così forte alle gerarchie ecclesiastiche». Non risparmia neanche frecciatine a Rifondazione. «Tutta la classe politico-istituzionale ha una sudditanza culturale dal Vaticano. Tutta. Da Bertinotti a Fini».

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Giugno-2007/art15.html

 
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